Autobiografia e psicoterapia: raccontarsi per conoscersi
Autobiografia e conoscenza di sé: dialogo con la psicoterapeuta Chiara Santaniello
Raccontare e raccontarsi la propria storia può far parte di un processo di consapevolezza. Ripercorrere il proprio passato certamente avvia riflessioni e fa attraversare un’ampia gamma di emozioni: ci si può commuovere, consolare, provare rammarico, perdonare.
Quando lavoriamo alle biografie e alle storie familiari noi di tiricordi.eu adottiamo un approccio storico e narrativo, ci occupiamo di raccogliere aneddoti, fatti e notizie per trarne un racconto bello e gratificante da leggere. In una narrazione appassionante le emozioni non possono mancare e cerchiamo quindi di farle riaffiorare e rivivere durante le nostre interviste, tuttavia, siamo ben consapevoli della delicatezza del nostro compito. I ricordi hanno un ruolo importante negli equilibri personali e familiari e vanno ripercorsi con estrema cura.
Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Chiara Santaniello (chiara.santaniello@libero.it), cui abbiamo posto alcune domande sulla relazione tra autobiografia biografia e psicoterapia.
Buongiorno dott.ssa Santaniello, quali domande è utile porsi per avviare una ricostruzione o un approfondimento della propria biografia?
Per chi avesse curiosità ci sono manuali e libri dove poter apprendere accademicamente- e quindi perfettamente- quali sono le giuste domande che è utile porsi per avviare la narrazione della propria biografia.
Cito qui il mio preferito per motivi professionali ed affettivi, l’Adult attachment Interview, a cui io penso spesso quando parlo con i miei pazienti dal momento che aiuta ad indagare esperienze infantili con episodi specifici: una rievocazione del passato nel qui ed ora della relazione col terapeuta, un momento presente in cui non tutti – oserei dire ben pochi – riescono a mantenersi coerenti.
Non è scontato che ci sia la capacità di un discorso autobiografico di formare un tutto logico, una fotografia credibile, chiara e dettagliata delle proprie relazioni d’attaccamento.
La terapia mi piace perché sovverte i parametri stipulati della formalità e delle cose attese: ho imparato tantissimo da persone che culturalmente non avevano avuto i mezzi per avere un’istruzione adeguata al buon dialogo, ho trovato poesia in storie di persone così difficili da pensare io stessa che non avrei saputo come vivere al loro posto, ed invece costruire insieme a loro, seduta dopo seduta, la narrazione del modo in cui hanno cercato una risoluzione, e la rielaborazione di questa attraverso la terapia.
Va da sé che le mie domande non sono preimpostate ma cucite sul paziente stesso. A volte mi aggancio a una parola detta dicendo che mi colpisce, non voglio modificarla, sondo il terreno, vedo se è una cosa che lo fa approfondire. Altre volte chiedo cosa direbbero loro al mio posto, educarsi a mettersi nei panni degli altri è una delle cose più difficili, cerco di andare oltre al contenuto, voglio vedere quello che la persona mi porta di nascosto.

La psicologa Chiara Santaniello
Ci può dare qualche “trucco” per sbloccare i ricordi?
Il trucco per sbloccare i ricordi è molto difficile, non tutti possono avere il privilegio di possedere tale chiave: la relazione. Non mi aspetto fiducia senza che io l’abbia data a chi mi siede davanti, con alcuni la relazione è liscia come l’olio, come quando nella vita di ogni giorno si incontra chi ci calza a pennello.
Con altri è intricata, è una foresta pluviale piena di rovi e rami e radici avviluppate che dicono: ti sfido. Utilizzo questa metafora perché mi piace l’idea di una fatica che stavolta, però, possono condividere con me, iniziando volta dopo volta a intravedere i riflessi della luce in quell’oscurità, che non diventa più un ostacolo ma un punto di vista, una possibilità.
“Vedo dal buio come dal più radioso dei balconi”, diceva una poetessa. Ecco per me la fatica della terapia è quanto di più poetico esista.
Ci sono però alcune domande che può essere utile porre e porsi per avviare una riflessione sulla propria vita:
1. Com’era il rapporto con tua madre da piccolo?
2. Com’era il rapporto con tuo padre da piccolo?
3. Hai avuto momenti in cui ti sei sentito rifiutato o non capito dai tuoi genitori?
4. Ricordi episodi in cui ti sei sentito particolarmente amato o protetto?
5. Hai mai vissuto eventi difficili o traumatici durante l’infanzia?
6. Chi ti ha confortato quando stavi male da bambino?
7. Come pensi che la tua infanzia abbia influenzato il tuo modo di essere oggi?
8. Hai avuto persone significative che ti hanno aiutato a crescere, oltre ai tuoi genitori?
9. C’è qualcosa che avresti voluto dire ai tuoi genitori e non hai mai detto?
Quali cambiamenti hai visto ottenere attraverso la riscoperta della storia dei tuoi pazienti?
Il cambiamento è una parola secondo me a volte molto retorica. In terapia si vive di barlumi – i famosi insight –, di “me lo domandavo da anni e adesso lo capisco”, tutte forme di auto conoscenza emotiva che senza la terapia sarebbero rimaste sepolte. Non tutto è eclatante, non tutto è trauma, molte storie sembrano intatte: mi vengono raccontate così come sono state vissute.
Ma cosa si è provato? Questa è la domanda regina e, il più delle volte, non si sa rispondere.
E così le storie di ognuno, diverse che siano, tornano ad avere un comune denominatore: quello delle cose nascoste, non capite, tralasciate per non vedere, rese caotiche per poterci convivere o fredde per avere tutto sommato un ricordo edulcorato.
Attraversare di nuovo la propria storia con me permette loro una comprensione esperienziale dei propri sentimenti che va oltre un riconoscimento interiore ma implica una comprensione del contesto interpersonale di un sentimento. Io ho a mente la loro mente, questa è la chiave.
Quanto le generazioni che ci hanno preceduto nella nostra famiglia influiscono sui nostri comportamenti e sul nostro modo di pensare senza che ce ne accorgiamo?
Un paziente che ha avuto una madre non disponibile, a tratti fredda, difficile da conquistare, che tipo di partner potrebbe desiderare? Una donna amorevole, mite, garbata? La vera soluzione non è trovare una figura alternativa poiché le sue aspettative riversano su una figura ambivalente, perciò una figura amabile ma non sufficientemente forte prima o poi verrà attaccata.
Da un lato ci si aspetta di essere amati (e in parte avviene nelle nostre scelte presenti) e dall’altro si vive in una contraddizione di aver vissuto come solo vocabolario d’amore, quello della durezza, della dominanza, e spesso per rimanere fedeli all’unica forma di amore che ci ha visti bambini, non riusciamo ad integrare le due rappresentazioni. La terapia fa luce su tutto questo.
Il passato non è una terra straniera: il nostro inconscio lo conosce bene anche senza sapere i fatti, ne sono testimoni le nostre paure recondite, gli schemi che non riusciamo a superare, i nostri incubi di notte, le speranze che riponiamo nei nostri figli.
Immagino ogni famiglia come una grande Casa degli spiriti, fantasmi non necessariamente ancora defunti ma il cui passo riconosceremmo fra un milione. Sentiamo il rumore delle loro catene, i lamenti, le loro facce che ci osservano dai nostri specchi stregati. D’altronde, noi affidiamo alle nostre relazioni presenti i nodi che ci portiamo dietro dal passato.
La madre contiene madri pressoché infinite, e in lei tutti i flussi del passato.
Immaginate una persona che davanti a voi prova una grande sofferenza, ed io che chiedo: per quanto tempo ancora lei vuole stare così?
So che sotto la mia domanda ce ne sono altre, che tengo per me ma mi fanno da bussola: dietro la sua posizione di passività c’è un vissuto depressivo? Dove sta il paziente rispetto a se stesso? Da chi ha appreso il suo modello di funzionamento? Quali vantaggi ha? Da cosa si sottrae? Lui vuole essere così? Cosa è invece in questo momento che lo rende in tal modo nel nostro rapporto terapeutico?
